Cosa ti ha spinto a fare un disco da solo? Pensi che sia l’inizio di una tua carriera interamente come solista, oppure è solo una parentesi, per capire meglio alcune cose riguardanti la tua vita personale e il tuo stile?
Il discorso è nato dopo “Sotto la cintura”. Raige primariamente aveva deciso di uscire con un album da solista ed Ensi aveva una mezza situazione in ballo mentre io subito non avevo progetti simili. Poi però ho vissuto alcune situazioni personali che mi hanno portato ad iniziare a scrivere ed è stato un processo naturale cominciare a lavorare da solo. Dopo 4 mesi passati a fare beat su beat ho iniziato a scriverci sopra. Avevo le cose da dire ed ho iniziato a buttarmi a capofitto in questo progetto. Per quel che riguarda la seconda parte della domanda, sicuramente c’è lo spirito per rifare altre cose al livello di “One Mic”, però dobbiamo fare i conti con problemi logistici e tutti gli impegni delle nostre vite, dal momento che il rap non è la nostra unica occupazione, purtroppo. Comunque per ora non ho intenzione di avere una carriera da solista.
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One Mic nasce come tre teste e un microfono. A questo punto, dai due dischi solisti già usciti, si sentono stili completamente diversi. Come pensi che le vostre personali esperienze musicali confluiranno in un nuovo lavoro targato One Mic?
Raige, Ensi ed io ci siamo indirizzati verso stili totalmente diversi uno dall’altro ma sempre con dei tratti accomunanti a livello di scrittura, ed è proprio questo valore aggiunto della diversità/particolarizzazione di ognuno che potrebbe essere la forza di un nuovo disco di OneMic. Il risultato potrà essere magari una commistione particolare, un’alchimia unica che non si trova da nessun’altra parte. Ci sono un sacco di gruppi con all’interno elementi totalmente diversi che però fanno dei progetti a respiro mondiale (mi viene in mente l'esempio dei “Saian Supa Crew” in questo momento, con le debite proporzioni logicamente) . E' proprio in questo senso che la diversità arricchisce.
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“Sotto la cintura” e “Tora-Ki” sono usciti sotto La Suite. Il tuo nuovo lavoro esce per la The SAIFAM Group. Come mai questo cambiamento?
È un discorso prettamente economico. Io ho fatto il mio disco, l’ho dato a diverse etichette, ho raccolto le proposte ed ho accettato quella che a mio parere era la più vantaggiosa sotto vari aspetti. Non è nulla di personale, semplicemente un fattore lavorativo.
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Secondo quale criterio hai scelto i featuring in un album così personale?
L’album è impostato in modo che i pezzi dove sono da solo siano più personali e incentrati in una certa direzione. Per altre tipologie di canzoni, per esempio i pezzi da Live, invece ho preferito far partecipare altre persone. Per la maggioranza dei Featuring ho tirato in mezzo Ensi e Raige proprio perché ritengo che i pezzi in cui lavoriamo tutti assieme abbiano un'alchimia di fondo e una “magia” che si crea solo nelle tracce targate OneMic e per ciò che avevo in mente per il mio disco non ci sarebbe stato nessuno meglio di loro.
Fatfat, oltre alle sue immense qualità da Mc/beatmaker, è una personalità unica, una sorta di maestro, che mi ha insegnato moltissimo in questo ambito, soprattutto il gusto nell'ascoltare i dischi e la sete di “sapere” perchè in questo genere musicale l'unico modo di sopravvivere sta nell'evolversi e nell'avere una sorta di visione a 360'.
Cubaclub è un Mc/Produttore di TO, con cui lavoro a stretto contatto perché entrambi abbiamo una visione molto simile del Rap e che mi ha insegnato molto a livello di produzioni. Specialmente in questo ultimo anno il confronto reciproco ci ha fatto crescere moltissimo entrambi. A mio parere è uno degli artisti emergenti dalle maggiori prospettive di tutto il panorama italiano. Non per nulla ha curato i beatz della title track (C.A.L.M.A.) e la traccia alla quale sono intrinsecamente più legato (Marco).
Pula+ e Libo sono due realtà di Torino molto valide con un notevole background e in continua espansione, ci tenevo ad avere una collaborazione ufficiale con entrambi e il mio album è stata la prima occasione che si è presentata.
Il discorso di Jack The Smoker è un po’ diverso. Infatti oltre alla stima artistica che nutro nei suoi confronti come rapper, abbiamo fondato una casa di produzione di beatz assieme (“32ers”), e abbiamo voluto inaugurarla con questo pezzo...Fidatevi che questo è solo l'inizio.
Lil Flow è uno della famiglia, aggiungo solamente che quando ha registrato la sua prima strofa in assoluto mi sono accorto di trovarmi davanti a qualcosa di fuori dal comune...Sarà il tempo a farci capire quale dimensione prenderà.
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Credi di essere riuscito a trovare un equilibrio tra contenuto e forma, cioè metrica , qualità delle rime rispetto a ciò che vuoi trasmettere?
Sicuramente mi sento di aver trovato un equilibrio a livello di scrittura fra questi piani e ciò è dato dal fatto che a 23 anni hai più maturità di quando ne avevi 18-20, motivo per il quale riesci a visualizzare e a comprendere molto meglio le situazioni che vivi in prima persona e che, nel caso di specie, sono quelle che mi hanno portato a scrivere questo tipo di disco.
La cosa che più mi ha tormentato in questo periodo (ho dedicato al disco oltre un anno e mezzo di lavorazione) è stato trovare una resa vocale che si adattasse a trasmettere le sensazioni contenute nelle mie parole. Dopo interminabili sessioni di registrazione mi sento sicuramente cresciuto rispetto ai miei lavori precedenti e mi sto avvicinando sempre più al risultato che ho in mente.
La mia evoluzione stilistica ha avuto come risultato una voce più impostata sui bassi, sofferta e sussurrata, e, a livello di scrittura, uno sfoltimento di sillabe e la presenza di un maggior numero di pause.
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Nell’intervista ai One Mic vi abbiamo chiesto quale fosse stato il vostro processo evolutivo dai primi demo a “Sotto la cintura”. Come si colloca C.A.L.M.A. all’interno di questo percorso? Quanto e come credi di essere maturato come artista rispetto a un anno e mezzo fa?
Alla base di questo mio nuovo modo di rimare e di vivere l'Hip Hop ci sono state tante cose. Per esempio ho fatto un viaggio in America a Giugno che ha cambiato i miei parametri d’ascolto. Prima infatti mi preoccupavo di capire cosa fosse “real” e cosa non lo fosse ora invece sono giunto alla conclusione che siamo noi ad idealizzare un qualcosa che non esiste. La mentalità che ho adesso è che se una cosa ti piace l’ascolti, se non ti piace non l’ascolti. Infatti ultimamente ascolto dischi che avrei sicuramente evitato a priori in passato a causa di preconcetti e barriere mentali. Ho assimilato e rielaborato nuove sonorità. Al tempo di “sotto la cintura” non ascoltavo la quantità di album che ascolto ora e avevo meno gusto di ricerca per i suoni. Inoltre per chi fa beat è importantissimo ascoltare chi crea queste cose. I miei parametri di riferimento sono i dischi attuali.
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La tua è una formazione classica. Quanto ti è servito studiare in modo particolareggiato diversi autori? Ti senti legato a qualche autore particolare? C’è qualche autore in cui ti riconosci?
Studiare e leggere servono perché ti danno stimoli per porti delle problematiche e sono senza dubbio un arricchimento. C’è stato un periodo in cui leggevo molto però mi sono accorto che questo mi ha portato a crearmi mille problemi e a farmi milioni di domande. Tutto ciò non migliora la qualità della vita. Bisogna cercare di trovare un equilibrio tra l’astrazione e la vita reale, che poi è la cosa più difficile in assoluto. Comunque per quanto riguarda la letteratura italiana, quello che mi ha influenzato maggiormente è stato Leopardi, anche se io sono orientato più verso la letteratura francese. Al top delle mie preferenze c’è Baudelaire tra i poeti e Zolà tra i romanzieri.
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In alcune tue canzoni esprimi un pensiero molto pessimista: per esempio “ostento, il sorriso che vedete/ma non sapete quello che ho dentro” (Più di così) o il finale del disco: “Se non arrivo a domani è perchè in realtà non me ne importa/nulla, nulla, davvero, davvero...”. È un tuo stato d’animo costante, oppure è solo un periodo?
Hai citato due passaggi significativi. Tutta la gente dice sempre che sono sorridente, e che sembro il ritratto della tranquillità...Non sopporto molto le persone che categorizzano e danno giudizi...Penso che sia già difficile conoscere se stessi, figuriamoci le persone che ti circondano. L’immagine che ha la gente di me non è quello che sono in realtà, volevo semplicemente dire questo nella prima citazione. Nell’ultimo pezzo affiora un ulteriore lato della mia personalità che fatico a trattare in maniera diretta e semplice. In sostanza quel pezzo è nato in un momento preciso della mia vita, la forza comunicativa di quella canzone è il fotografare uno di quei momenti (che colpisce ogni persona nell'arco di una vita) in cui non possiamo fare nulla per salvare una situazione, un legame sentimentale (d' amicizia oppure amore etc etc...) con una persona che ci sta a cuore. Parla di un momento in cui non possiamo fare più nulla e la realtà dei fatti azzera le nostre risorse.
Per il resto sono una persona che si mette perennemente in discussione, ma alcuni drammi personali sono inesplicabili...Mi pongo una miriade di problemi che visti da un occhio esterno possono sembrare effimeri ed esagerati, ma questo lato del mio carattere, sempre presente, poteva uscire solamente, in maniera diffusa, in un lavoro solista e così è stato.
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Credi che il tuo disco verrà capito nei contenuti, dal momento che è particolarmente introverso, ermetico e personale, e con diversi riferimenti culturali? Vale la pena regalare dei pensieri e momenti così personali ad un pubblico che sicuramente non potrà capirli totalmente? Inoltre secondo te, una volta che un opera artistica (come puo' essere un album) viene data al pubblico, ha ancora un legame forte con l'autore oppure se ne distacca e diventa del "pubblico" che quindi puo' darne opinioni che non necessariamente concordano con quelle dell'autore stesso?
“io insisto e chiamatemi Cristo
perché ho dato la mia vita per chi non la merita” (Marco)
“Ma se non dico cazzate non alzate le mani…DRAMMA” (Introverso)
Iniziamo dalla prima domanda. Quando ho iniziato questo lavoro non mi sono posto il problema dal momento che, dal mio punto di vista, un lavoro solista non avrei mai potuto farlo diversamente...Quello che so è che quando riascolterò questo disco, magari tra venti anni potrò dire “che bello, questo è un pezzo della mia vita che ho documentato e che sono riuscito a fissare”.
È un disco che necessita sicuramente di parecchi ascolti, dal momento che proprio la mia tipologia di scrittura solleva continue problematiche, e (nelle mie intenzioni) ho inserito una miriade di spunti di riflessione.
Ma non è essenziale che ogni prodotto artistico venga capito al 100% è sufficiente che l'ascoltatore ne ricavi qualcosa utile e significativo per sè, fosse anche solo l'1% di tutto il lavoro.
A livello di sequenza di tracce poi non è fatto a blocchi tematici ma è intervallato. Ho cercato di spezzare le varie atmosfere per far si che venga apprezzato al meglio e non appesantisca l'ascoltatore con sessioni di atmosfere ultracupe alternate ad altre di cazzeggio irriverente.
Per quanto riguarda l'ultima pare della domanda, penso che effettivamente l'opera d'arte si distacchi in qualche modo dall'autore. Per la tipologia di disco che ho fatto so che verrà interpretato e visto in mille modi diversi sia dal punto di vista contenutistico sia dal punto di vista della mia nuova resa al microfono, ma è giusto che sia così, fa parte del gioco.
Nel disco stesso in “Parlo al silenzio” dico: “nel mio rap ci leggete quello che volete”. E ciò si ricollega al discorso di prima. L'ascoltatore, se vorrà, ne trarrà ciò che è importante dal suo punto di vista
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A chi ti rivolgi quando scrivi un pezzo? A te stesso, al pubblico oppure a una persona in particolare?
In realtà dipende dal tipo di canzone. Nelle tracce meno impegnate e più da impatto “live” mi identifico nel OneMic fan che ci segue dai tempi delle gare di freestyle e che ci ascolta aspettandosi dei mega rimoni, entrando in quest’ottica alla fine nello scrivere questi pezzi mi diverto più di lui. Per i pezzi più personali il discorso è diverso.. Ci sono state tre donne che hanno influito molto sulla mia persona nell'arco della mia vita e che mi hanno portato a scrivere certe cose che sono poi confluite in C.A.L.M.A. In alcuni pezzi ho usato, una tecnica di scarti logici per cui passo volutamente da un argomento all’altro senza un apparente filo logico. Come se fossero dei flash di queste persone che entrano nei testi e mi aiutano a liberarmi di queste piccole ossessioni. Essendoci vari passaggi di introspezione sono sempre le miei piccole situazioni che vengono alla luce, nulla di più, nulla di meno.
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Credi che verrà capito il cambiamento di stile? Mi riferisco essenzialmente a metrica, flow e voce.
Questa è la mia più grande incognita. Io ne sono convinto e sono sicuro di aver fatto un sacco di passi avanti. C’è stato uno studio grandissimo dietro questo mio nuovo modo di rimare. È un processo evolutivo che mi è venuto naturale per il rap d'oltreocenano che ascolto. In questa tipologia di album avere la voce un po’ più sofferta è fondamentalmente un metalinguaggio di quello che sarà il testo del pezzo. C’è chi apprezzerà e chi no ma credo sia così per ogni artista. Comunque sicuramente, come accade per ogni artista di ogni genere musicale ci sarà sempre chi dirà che il primo disco era più bello. Fa parte del gioco insomma.
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Parliamo delle produzioni, rispetto a quelle di sotto la cintura e del promo c’è una differenza enorme nelle basi di C.A.L.M.A. Sembra un altro produttore, cosa ti ha portato a questo cambiamento?
Per le produzioni ci sono alcuni canoni che non ti inventi ma che puoi apprendere solo ascoltando molto rap, ed è quello che cerco di fare io. Un MC magari può essere un genio, svegliarsi la mattina e inventarsi milioni di tecniche nuove. Per le basi è diverso perché ci sono appunto dei canoni che puoi acquisire in due modi: se qualcuno te li spiega o ascoltando un sacco di cose cercando di notare le particolarità. I miei beat sono, per la maggior parte, l'unione di campionamenti ad arrangiamenti suonati a una programmazione delle batterie personale e mai scontata con l'utilizzo di più elementi ritmici. Non miro a fare beatz forzatamente sperimentali e prediligo il suono Rap contemporaneo fatto secondo questi criteri .
Volevo delle produzioni che fossero al passo coi tempi e suonassero assolutamente attuali. Credo che il lato delle produzioni sia un valore aggiunto del mio lavoro ed essendo sia rapper sia produttore il mio intento è stato quello di creare musiche assolutamente aderenti ai testi e fatte “su misura” .
Inoltre un altro fattore che mi ha permesso di fare un salto di qualità in questo ambito è che rispetto ai miei lavori passati ho lavorato con macchine e software più professionali rispetto al passato.
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Nella canzone “Marco” dici questo:
Marco vede i natali, nella
provincia paese a misura d’uomo, qui, un uomo
si misura con gli schemi mentali, la chiusura
dei compaesani, non mi compete, ha fame.
[...]
La libertà è uno stato mentale, Marco
ha, ha tanti sogni da realizzare
Che rapporto hai con il posto in cui vivi “Villar Dora” , diversa da Black City (Torino)? Vivere in questo ambiente come ha influito su di te e sui tuoi testi?
Questo è un ottimo spunto di riflessione. Io fino alla terza media ho vissuto tranquillo nel mio paese, ho avuto un'infanzia splendida e non penso avrei potuto chiedere di più. Poi ho fatto le superiori a Torino e ho sentito subito il cambiamento di mentalità. A quel tempo conoscevo solo Villar Dora e Almese(il paese vicino). Cominciare a prendere autobus e treni per spostarmi di 30 km fino a Torino ogni giorno mi è sembrato un cambiamento enorme, ho avuto la possibilità di confrontarmi con realtà più grandi e di vivere situazioni da adolescente da punti di vista diversi. Con il passare del tempo però anche questa concezione della realtà si è modificata. Tra le medie e le superiori Torino mi sembrava il mondo intero, ma dopo il background acquisito tramite alcuni viaggi in Europa e nel mondo ti accorgi di quanto la tua realtà personale sia relativa e parziale...
Tornando invece al mio rapporto con Villar Dora, ti posso dire che io qui vivo bene ma non vivo sulla mia pelle la "realtà del paese". Quando sono nel mio piccolo paese passo il tempo o registrando o producendo o studiando in camera mia, e c'è quindi una sorta di distacco da quello che c'è fuori dalla finestra. Quello che ho scritto nella canzone "Marco", e che tu hai citato, è un flashback della mia vita. Ho iniziato a fare rap nel '99 e a quel tempo il fenomeno sociale dell'Hip Hop non aveva il respiro che ha in questo momento storico. Puoi immaginare che concetto poteva avere un paesino come il mio di musica "rap". Ero additato come quello diverso ed è stato doppiamente difficile affermarsi un minimo. Credo che non sono il primo caso di rapper che viene dalla provincia e si fa tutto il suo percorso. Queste difficoltà maggiori di “accettazione sociale” che magari vivendo in una realtà più grande e aperta non avrei incontrato, non hanno fatto altro che aumentare la mia determinazione e il dedisderio di autoaffermazione.
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Qual è il tuo rapporto con la fede e la religione? In alcuni tuoi testi dici:
“Ho dubbi metafisici che manderebbero in crisi mistica il papa” (Tutto quello che mi resta)
“a mio nonno con moglie e cinque figli
a carico ma vivevano sereni
20 ore di lavoro al giorno, la famiglia
i valori, la fede, tutto il suo mondo
la fede bieca, ma la forza che dà
non sta in ciò in cui si crede ma in chi crede
dono che io non ho, sono
troppo celebrale, scettico, preso male, non ho
sbocchi, ho perso lo spirito immerso” (Marco)
“scrivo verità in Vangeli apocrifi
[...]
do voce alla follia di Erasmo” (C.A.L.M.A.)
Io vengo da una famiglia cattolica. La mia educazione è stata quella classica di una famiglia di questo tipo. Però crescendo, maturando opinioni personali e leggendo molto ho incontrato mille modelli diversi di approccio alla religione, alcuni molto critici, che mi hanno portato a vedere lo stesso argomento da punti di vista diversi. Io non mi sento religioso, sono più “empirico” e di conseguenza certi concetti sono estranei al mio mondo. Però provo un’invidia esagerata verso chi crede davvero. Un credo forte ti da delle risorse e delle forze che altrimenti non potresti mai avere.
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Parliamo della title-track. Il ritornello sembra essere una sorta di manifesto del tuo modo di formulare pensieri e passare all’azione, della tua dialettica, insomma. Condividi questa chiave di lettura? Spiegacelo in maniera più esplicita.
Una persona che ascolta distrattamente la title track potrebbe pensare che sia il classico pezzo di rivolta sociale. Alcuni potrebbero leggerlo, superficialmente, in questo modo: il mondo è brutto, c'è qualcosa che non va e bisogna fare qualcosa. In realtà la mia intenzione era di dargli un taglio unico cercando di creare qualcosa di diverso rispetto a tutto ciò che è stato fatto fino ad adesso riguardo ad argomenti del genere. Ho voluto usare la parola "calma" perchè esprime uno stato mentale che si contrappone al senso del pezzo. È una sorta di provocazione. Io ho cercato di dare degli spunti di riflessione molto forti che vanno da alcune problematiche di respiro mondiale al caso di tantissimi ragazzi come me che stanno per finire l'Università e non hanno prospettive di lavoro. La forza del pezzo sta proprio nel modo in cui ho trattato gli argomenti, dal mio piccolo punto di vista, dal basso, senza mai assumere “toni cattedratici” o fornire risposte (che non ho...) ma limitandomi a dare spunti di riflessione.
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Sempre a proposito di C.A.L.M.A., abbiamo scelto due citazioni: “appartengo agli infedeli brucio le icone del progresso” e, qualche verso dopo, “la ‘Giovane Italia’ è una pagina sbiadita sui libri di storia”. C’è una contrapposizione di stato d’animo e di linguaggio (nel primo rivoluzionario, nel secondo “calmo”). Spiegaci questa contrapposizione. Tu ti senti calmo oppure “calma” è un invito che gridi a te stesso?
Io mi sento calmo caratterialmente. Ma le due alternative convivono in me a seconda dei momenti.
Più che un cambiamento di linguaggio è stato un adattare la formula espressiva al senso che era mia intenzione dare a questi passaggi. “Brucio le icone del progresso” non significa null’altro che essere contro la globalizzazione e la massificazione di pensieri. Lo stesso album che ho fatto è l'esplicitazione di questa frase. In un mondo dove tutti si vogliono far vedere più grossi e più forti io ho dato spazio più ai miei dubbi che alle sicurezze, essendo cosciente di tutti i pro e i contro di questa scelta. Ho scritto questo pezzo per cercare di estraniarmi da certi modelli, che vanno dal “socialmente integrato”, al raccomandato, al ventenne rampante che lavora 12 ore al giorno con prospettive di carriera ma che non corrisponde alla mia idea di qualità della vita insomma..
La citazione della “giovine Italia” tratta un' altra problematica riguardante l’orgoglio di essere italiano che io sinceramente non riscontro molto rispetto a quanto noto in tanti altri popoli. Vedo per esempio nelle famiglie di immigrati che, con tutti i problemi del caso, si stanno integrando nella nostra società, una carica e un orgoglio di appartenenza che noi abbiamo perso, ma forse, più che una “colpa” è proprio una tappa obbligatoria dell'evolversi della storia del mondo. Non era nulla di più che una riflessione a tal proposito
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Questo, a quanto pare, è un periodo piuttosto favorevole per l’hip-hop in Italia: molti artisti hanno firmato per delle major e godono di frequenti passaggi sui mezzi d’informazione. Pensi che sia un fenomeno temporaneo, oppure pensi che sia possibile ora parlare di mainstream? E dico “ora” perché in “Nel cuore della Terra” dicevi “la differenza tra underground e mainstream si vede: il primo esiste”. Inoltre secondo te e vero quello che diceva ensi nello stesso pezzo “guarda che se uno emerge bene guadagniamo tutti”
Il problema è che firmare per un’etichetta non significa essere mainstream, ma dipende piuttosto da diversi fattori e da quanto l’etichetta voglia investire. Ci sono stati casi in passato di artisti che hanno firmato per delle grandi major e poi non sono mai usciti perché in quel periodo la loro etichetta ha preferito investire su altri artisti che avevano in scuderia .Tuttavia penso che questo tipo di musica ha le potenzialità per durare, perché in tutto il mondo il rap una volta che si è instaurato a certi livelli non è più scomparso. Il problema è che per durare c’è bisogno di un ricambio. Il rap è una cosa che va a cicli, per esempio quando è uscito 50Cent in America c’è stato un rilancio del genere, una nuova linfa vitale. Adesso sempre in U.S.A., sono usciti altri filoni di rap che hanno dato una sferzata di nuovo, la stessa cosa dovrebbe succedere in Italia. Se non ci sarà nessuno che riuscirà a dare un’impronta diversa e a “inventare” nel corso degli anni la cosa può anche andare scemando senza che le major investono più su questo genere.
Inoltre dobbiamo tenere presente che entra in gioco tutto un fattore di dimensioni e proporzioni. Se in America vendo i miei dischi allo 0,0001% della popolazione mondiale vivo facendo musica, se in Italia vendo i miei dischi allo 0,0001% della popolazione nazionale ho delle entrate irrisiorie...
Quello che diceva Ensi da un lato è vero, un po’ di visibilità il fenomeno di massa la da e qualche ascoltatore partendo dall'artista rap che sta sotto i riflettori potrà arrivare a scoprire il “mondo sotterraneo”. Ma bisogna anche avere ben presente che la stragrande maggioranza di coloro che scoprono il Rap grazie al rapper del momento ascolta allo stesso tempo Laura Pausini o i Take That, perché magari questi fruitori non hanno in loro il desiderio di crearsi un gusto proprio ma si accontentano di ciò che gli propongono i media.
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Non hai parlato della scena italiana attuale del rap. Come la vedi e come ti collochi all’interno di essa?
Quando sono entrato in questo mondo vedevo il tutto in maniera diversa da ora, c’era in me una forte volontà di autoaffermazione e di ottenere riconoscimenti. Ora mi accontento di fare il mio e quando questo viene apprezzato mi sento realizzato, ciò è innegabile sennò non farei dischi ufficiali, ma se dovessi farlo solo per me mi registrerei le mie robe col microfono del Karaoke e non le farei sentire a nessuno. Non mi interessa stilare classifiche cercando di capire se sono il più bravo o il più scarso d'Italia. Io ritengo di aver fatto (con C.A.L.M.A.) un lavoro ponderato ed estermamente sofferto dall’inizio alla fine, in termini di qualità delle rime, flow, beat e quant’altro, nel senso che dietro ad ogni singola componente c'è una quantità esagerata di ore di dedizione . Io ho fatto un album che mi ha fatto crescere e sono entusiasta per come è venuto. Nel disco non ci sono tracce che parlano di Hip Hop o di scena italiana perché ho usato il Rap come mezzo per creare un qualcosa di autobiografico.
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Uscirà un video estratto da C.A.L.M.A.?
Ora stiamo organizzando lo street video della Uannamaica e, in futuro, c'è l'idea di realizzare un video ufficiale. Per il video ufficiale ho un'idea di quale pezzo fare ma aspetto anche di vedere il riscontro del pubblico prima di decidere.
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Dopo il disco di Raige e il tuo dovrebbe uscire quello di Ensi. Ci puoi dire qualcosa su questo disco e su One Mic? Quanto è viva la Uannamaica e cosa ci gira intorno?
Ensi sta lavorando, ha già un gran numero di tracce nuove pronte. Non abbiamo ancora nessuna data di uscita, ma vi assicuro che lui sta continuando a scrivere e a stupire. Per quanto riguarda la Uannamica vi posso dire che c’è un po’ di gente nuova con cui stiamo lavorando. Il primo prodotto sarà un EP rappato da un ragazzo di Alpignano di nome “Bui”, e prodotto totalmente dal sottoscritto. Questo dovrebbe essere il primo progetto, poi le idee sono tante ma il concretizzarle non sempre è facile. In Italia le cose non sono come negli Stati Uniti. Lì un rapper va semplicemente in studio, sceglie le basi ci registra sopra e il suo lavoro finisce. Noi dobbiamo sobbarcarci altri 1000 sbatti anche per questo i tempi discografici sono sempre molto dilatati... Posso dirti che tutti e tre noi OneMic stiamo lavorando con metodo, sempre con un occhio di riguardo peri “Lil' Flow” che cresce quotidianemente ma senza sobbarcarlo di pressioni inutili. Inoltre sto producendo un gran numero di beat e ho fatto alcuni feat mirati per dischi ufficiali in fase di lavorazione.
Bella a Nico, Barca, Carlo e Dario e a tutti voi che avete organizzato questa intervista, un grazie di cuore a tutti coloro che misupportano e hanno comprato “C.A.L.M.A.”, sostenete gli artisti che producono musica che vi piace!
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Intervista a Cura di Nicolò Aiello, Alessandro Barcellona, Dario Berzano e Carlo Battaglia.
Si Ringraziano Rayden per la disponibilità, EminemItalia per la collaborazione, Laura e Donatella per il supporto tecnico.
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